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Solo Flavia

Per ragioni di sicurezza personale non possiamo pubblicare notizie sulle generalità di questa autrice.
Questo libro è dedicato ai miei angeli con la divisa da carabiniere
Vincenzo, Fabio, Sauro, Maurilio e in particolare a una persona speciale, il loro Comandante Mirko.
Ma soprattutto, questo libro è dedicato a tutte le donne che hanno subìto o subiscono violenza. Per non sentirci sole.
PREFAZIONE
Angiolo Pellegrini
Generale dell’Arma dei Carabinieri
Il libro “Dal Sogno alla Paura” di Flavia Solo ripercorre, con linguaggio asciutto e realistico, attraverso il racconto di un periodo importante della vita dell’Autrice, il dramma di tante donne che, per amore, per anni sopportano in silenzio la violenza di uomini, che in realtà uomini non sono.
Flavia aveva ritenuto di aver finalmente trovato il compagno dei suoi sogni, cortese, gentile, affascinante, pieno di premure, per poi scoprire che dietro quella maschera di perbenismo si nascondeva, al contrario, un violento, un essere capace di manipolare ogni persona a lui vicina, disposto a fingere di essere gravemente ammalato, pur di riavere ciò che riteneva fosse di sua esclusiva proprietà.
Quello che mi sembra estremamente positivo dalla lettura del libro è costatare che Flavia, pur se è stata disposta più volte a perdonare anche le gravi violenze fisiche, non si è lasciata mai andare, non si è rassegnata, ha tentato continuamente di riprendersi la vita, ha continuato a lavorare e, soprattutto, non è mai stata disposta a prendere su se stessa la colpa della situazione che si era creata, così come avrebbe  preteso il suo compagno, perché Flavia ha avuto ed ha un alto senso della propria dignità.
Le sofferenze fisiche a cui Flavia è sottoposta sono state tremende, ma lei ha sofferto soprattutto per le ferite morali e mentre l’uomo che dice di amarla cadeva sempre più in basso, ormai dedito all’alcool, pronto anche a commettere piccoli reati pur di assicurarsi il denaro necessario a mantenere il suo vizio, Flavia trovava il coraggio di denunciarlo, riuscendo così ad uscire da quel vortice di terrore in cui era precipitata.
Le saranno e le sono vicini i Carabinieri di San Benedetto Val di Sambro, i suoi ”angeli custodi” che la consigliano, che intervengono per proteggerla, che la confortano, che le ridanno sicurezza. Poi ci sono i suoi animali, fedeli, affettuosi, affidabili…
Nonostante abbia potuto in parte riacquistare quel minimo di sicurezza che le permette di poter vivere e lavorare, l’ultimo anello della catena – la magistratura – come più volte è accaduto, non assicura però a Flavia di poter vivere in assoluta tranquillità.
“Un uomo che ci picchia è uno stronzo. Sempre. E dobbiamo capirlo subito. Al primo schiaffo. Perché tanto arriverà anche il secondo, e poi un terzo e un quarto. L’amore rende felici e riempie il cuore, non rompe costole e non lascia lividi sulla faccia. Pensiamo mica di avere sette vite come i gatti? No. Ne abbiamo una sola. Non buttiamola via.” (L.Littizzetto).

Italo D’Angelo

Avvocato
Già Dirigente della Polizia di Stato, Capo della Squadra Mobile, Digos, Criminalpol e Questore.
Dalla mia pregressa vita di poliziotto ho tanti episodi che mi sono rimasti in mente. Episodi che scaldano il cuore. Ma ce ne sono anche altri che ritornano inaspettati e violenti. Tra questi i più dolorosi sono collegati al volto di donne abusate. In uno dei miei primi interventi alle volanti a Venezia, negli anni 80, giunsi a casa di una persona ubriaca.
Al 113 un anonimo ci aveva avvisato che un uomo ubriaco stava picchiando la moglie. Sull’uscio ci aspettava una signora, vestita poveramente, con il volto tumefatto. Le chiedemmo se a colpirla fosse stato il marito. Ci disse di no. Cercai di guadagnare la sua fiducia e di spingerla a denunciarlo. Non lo fece. Portammo in questura l’ubriaco ben sapendo che le sere successive la violenza si sarebbe ripetuta. Sono passati 40anni, eppure quegli occhi, feriti e tristi, ancora sono davanti a me. Le statistiche collocano le violenze in famiglia al penultimo posto ma non credo siano attendibili. La violenza tra le mura domestiche è sempre più frequente ed è la violenza più subdola perché camuffata da amore, da gelosia, da desiderio di protezione.
In realtà chi picchia la propria donna è un egoista, un immaturo e bisogna denunciare la violenza subita. Flavia ha avuto la forza di farlo. E ha scelto la strada giusta perché ha denunciato per se stessa ma ha anche dato voce alle migliaia di donne che in Italia vengono abusate, torturate, uccise. 
In un passo del libro sogna di voler camminare a piedi nudi sull’erba. “Ora puoi farlo Flavia. Hai vinto la paura. Il tuo passo lascerà il segno da seguire per chi avrà bisogno del tuo coraggio.”

Ilaria Bonuccelli

Giornalista del Tirreno Livorno
Ho conosciuto Flavia grazie ai braccialetti elettronici. Avevo da poco lanciato una campagna con Il Tirreno, il mio giornale, e con la piattaforma change.org per cambiare la legge italiana, in attesa di cambiare la mentalità. L’input mi era arrivato da una giurista dell’università di Pisa, Valentina Bonini: mi aveva illuminato sul fatto che in Italia i braccialetti elettronici anti-stalker non si possono richiedere per sorvegliare chi sia indagato/imputato di atti persecutori, quando colpito da divieto di avvicinamento alla vittima.
È così ancora oggi. La vergogna perdura. La differenza è che oggi ci sono 50mila firme di persone che chiedono di rimediare a questo orrore giuridico. Una di queste firme è quella di Flavia. Flavia sottoscrive la petizione e accenna al fatto di essere vittima di violenza. Lo fa con garbo. E dolore. E forza. E rivendicazione.
Provo a cercarla. Voglio mettermi a disposizione della sua storia. Mi sento perfino utile. Invece, la situazione si ribalta. Certo, io scrivo – in sintesi – la storia di Flavia. Ma, in un secondo, non sono solo quella che pone le domande. Sono soprattutto quella che ascolta. E impara. Inizia a capire che cosa sia davvero la violenza. Come sia lontana dallo stereotipo dell’occhio gonfio e del labbro spaccato con cui ce la rappresentiamo e ci piace rappresentarcela. Perché in un certo senso, quella violenza lì – fisica e visibile – è quella più “rassicurante”. Quella alla quale siamo più avvezzi, ci fa meno paura. Certo possiamo dire che ci faccia schifo, orrore. Possiamo prenderne le distanze con un tasso più o meno alto di ipocrisia, ma non ci spaventa.
Non siamo, invece, abituati a maneggiare la violenza reale. La violenza del quotidiano. Non siamo abituati a convivere con l’approccio della vittima alla violenza: la sua capacità di perdonare l’aguzzino. Di credere alle sue bugie, al suo falso pentimento, alle scuse di latta.
Noi che siamo giudici con l’indice puntato, che siamo pronti e pronte a dire – “io al suo posto avrei fatto”, “io non avrei mai accettato” – non comprendiamo che solo la persona vittima di violenza può decidere quando aprire la gabbia. E che ha il diritto di rinchiudercisi tutte le volte che vuole, senza che questo autorizzi noi a farla sentire giudicata, disprezzata o – peggio ancora – abbandonata.
Chi è vittima di violenza spesso agisce sentendosi di amare. Credendo di poter cambiare il maltrattante. Talvolta, dopo anni di violenza psicologica, arriva anche a pensare di essersi meritata certi trattamenti. Una bestemmia, questa considerazione, per chi non è coinvolto nella situazione. Per chi non è costretto ad ammettere di amare o ad aver amato un violento. Di averci diviso letto e sogni. Di essersi abbandonata a una dipendenza di difficile disintossicazione. Esiste un punto di rottura di questa spirale? Certo. Ma non siamo noi, gli spettatori, gli esterni, a poterlo indicare. E’ solo la vittima. E ciascuna vittima ha un proprio punto di rottura. Fino a che non lo raggiunge non è matura per farsi aiutare davvero.
Il compito nostro, di chi sta intorno, è difficile. Non essere indifferenti. Non giudicare. Essere pronti ad accogliere. E ad accettare ripensamenti. Lasciare, dunque, sempre la nostra porta aperta. Facendo capire che è spalancata, in qualunque momento.
Flavia, parlandomi, mi ha insegnato questo. Per questo, se davvero volete farvi quattro passi nella violenza, vi consiglio di leggere la sua storia. Io da quando la conosco sono un’altra persona. E vivo con la porta aperta, per le persone vittime di violenza.